2.2 L'opera
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IL RUOLO DI UN ARTISTA CHE RICORDA...
L'opera di Christian Boltanski è essenzialmente un lavoro sul tema della memoria, che egli ha approfondito attraverso fotografie-ritratto inserite in istallazioni dall' atmosfera oscura.


Boltanski inizia da giovanissimo la sua carriera artistica, inizialmente avvicinandosi alla pittura, ma sviluppando, a partire dagli anni Sessanta, un complesso corpo di lavoro incentrato sul tema della memoria, (personale e collettiva), legato alla sacralità e al ricordo, che negli ultimi anni fa sempre di più riferimento alle drammatiche vicende della storia europea durante l’ultima guerra mondiale. Egli orienta così la sua ricerca verso nuove modalità espressive che possano condurlo sulla strada di un più profondo legame con il mondo reale, utilizzando strumenti meno tradizionali come i media e gli oggetti trovati, all’insegna di un marcato concettualismo.
In realtà la definizione che dà di se stesso contrasta con quella di Post-conceptual artists attribuitegli dal mondo dell’arte, come egli infatti sostiene, in un' intervista condotta da Gloria Moure.
La sua arte infatti, si costituisce di opere e istallazioni che acquisiscono il loro significato all’interno dello spazio in cui sono inserite, egli allestisce personalmente gli spazi riservati ai suoi lavori che trasformano il luogo espositivo in un fluido percorso personale, dove l'architettura diventa parte integrante dell'opera, creando di fatto delle opere site specific.
Ciò che è mostrato è nell’ordine dell’effimero, è come un “collage” di pezzi sistemati ad hoc in un determinato spazio che lo spettatore può fruire per tutto il tempo dedicato alla mostra, ma il cui senso verrà perduto dal momento in cui ogni opera, ogni segno verrà separato dal preciso contesto in cui è inserito. Quest’ultimo è creato dall’incontro tra l’opera e le caratteristiche proprie dell’ambiente scelto, l’effetto ricercato di volta in volta dall’artista, come l’accostamento tra uno dei suoi reliquiari e una tomba, o come la luce di una vetrata che colpisce uno dei suoi monumenti, è transitorio, smontata la mostra queste circostanze non accadranno mai più.
Se facciamo riferimento alle parole dello stesso artista la funzione dell’arte per Boltanski diviene monito rammemorante: «Oggi non è tanto lavorare una forma, ma piuttosto cambiare il modo di vedere della gente. Io sono diventato a poco a poco interessato di criteri di qualità e sempre più interessato nei lavori che funzionano in un dato contesto», e ancora: «Io provo a conoscere dove sono, e a parlare al pubblico che arriverà» (Christian Boltanski Advent and other times, 1996).
Qui si apre la questione del rapporto con il fruitore in relazione al mondo contemporaneo in cui viviamo, l’ arte dopo Duchamp e dopo Cap. 3.2 Beuys è cambiata, oggi il significato di ciò che facciamo è necessariamente legato a temi profondi della realtà in cui viviamo, e non può distaccarsi da essa, è piuttosto una lettura e una proposta di riflessione sulla nostra esistenza in questo complesso mondo.
Alla domanda di Gloria Moure “Come vede il suo ruolo di artista?”, l’artista francese risponde elevando la funzione dell’arte alla sensibilizzazione degli individui sui temi importanti del proprio tempo.
L’opera di Boltanski è un lavoro sul ricordo, egli si serve di fotografie e oggetti, trasformati e organizzati in istallazioni, che acquistano così il sapore di monumenti. Egli lavora e vive per poter ricordare questo impulso profondo verso una vita impossibile, essendo cosciente che non sarà mai in grado di ricostruire interamente il passato e che si tratta di un lavoro senza fine; ciò nonostante prosegue, spinto da un’esigenza interiore profonda: Boltanski lo fa per noi. Sa che ne abbiamo bisogno per poterci ricordare del nostro passato. Ma in una conversazione con Marc Scheps del 1993 egli non sostiene di essere un santo, si ritiene piuttosto un clown o un cattivo predicatore.
In molti dei suoi lavori ritroviamo infatti, un Boltanski autocritico e ironico, a volte perfino ridicolo ma allo stesso tempo felice di vivere con la tristezza di un clown; egli ricrea biografie fittizie, perfino una sua improbabile autobiografia postuma scritta nel 1969 nel libro d’artista intitolato Reconstitution d’un accident qui ne m’est pas ancore arrivé et où j’ai trouvé la mort.
A questo proposito si può citare l’opera intitolata La vie impossibile, esposta a Siena nel 2002, essa consiste in un grande collage di documenti, lettere, conti, fotografie e molte altre cose che documentano l’esistenza giornaliera dell’artista; quest’opera non è un intento di raccontare una storia, al contrario essa rappresenta una metafora del disperato tentativo di condurre una vita tra la memoria e il futuro, tra l’ordine e il caos, tra paura e speranza, tra vita e morte. Una vita impossibile, appunto; una biografia non lineare, che ci trasmette un’immagine frammentata dell’artista, egli infatti fornisce materiali di una biografia eventuale che ciascuno di noi deve comporre per se stesso. Nel 1993 disse: «Sono morto da molto tempo, da moltissimo tempo. Come artista possedevo uno specchio; colui che si riflette nello specchio vive ma colui che regge lo specchio, l’artista, non è niente. Lo specchio lo nasconde. Sono una macchina che realizza i desideri degli altri» (Christian Boltanski Faire part, 2002). Ciò che egli esprime con queste parole è che la sua opera non è altro che lo specchio entro cui noi ci riconosciamo, che rivive per sempre nella nostra memoria. La biografia dell’artista è diventata la nostra biografia, lui sparisce dietro ad essa, e perciò alla sua opera.
Ciò che resta è il ricordo, in transizione tra bugia e verità, tra finzione e realtà, tra la luce e l’ombra delle sue immagini fotografiche.


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